Repubblica di oggi pubblica un articolo dal titolo <
Dal sito governo.it il comunicato.
Circolano diverse leggende urbane sull'argomento privacy, quasi tutte di orwelliane sembianze, che ci vogliono coinvolti in una immensa rete virtuale all'interno della quale saremmo piccoli snodi informativi, fonti di dati, soggetti di un meccanismo di controllo capillare che permette a qualcuno, il Sistema, ovvero il Grande Fratello delle elaborazioni alternative più radicali, di sapere tutto su di noi.
Obiettivamente sembra il frutto di una mente paranoide un simile pensiero, e mi viene da pensare che dietro ad una simile visione dell'universo delle polizie segrete e/o delle telecomunicazioni sottenda in realtà alla soddisfazione di una più grande necessità umana, ovvero il desiderio di non essere del tutto anonimi. Quando si dice “Non sono un numero” di solito lo si fa condendo questa asserzione con toni orgogliosi e di rivendicazione, come se l'essere un animale sociale portasse l'essere umano a voler contare qualcosa nel contesto in cui vive, come se l'avere uno spettatore che silenziosamente osserva ogni nostra mossa in fondo ci facesse sentire ammiccanti Edwige Fenech spiati da un improbabile Alvaro Vitali (multinazionale o DIS che sia).
Allo stesso tempo però essere troppo controllati non piace. Quando nell'aprile del 2008 l'Agenzia delle Entrate Italiana rese pubblici i dati relativi ai redditi del 2005 la reazione delle persone non è certo stata delle più felici: l'idea che il vicino potesse spiarci e venire a conoscenza del nostro reddito infastidì tutti, riesumando a mo' di rivendicazione lo slogan della privacy. In effetti sulla propria busta paga e in generale sulle proprie entrate ogni Italiano medio che si rispetti ama conservare una certa aura di mistero; tanto che spesso si prova un istintivo fastidio di fronte a chi osi mettere in piazza simili dettagli privati per dimostrare l'indecenza della propria condizione.
Il problema della privacy evoca molte questioni che intersecano il livello giuridico e quello psicologico della persona: nell'idea, tipicamente occidental-individualistica, che un'identità sia garanzia di confine e protezione, tutto ciò che è informazione su di noi deve poter essere soggetto a controllo. I confini giuridici dell'individuo sono stabiliti intervenendo in modo sanzionatorio laddove qualcuno cerchi di appropriarsi dell'identità di un'altra persona. Punisce insomma il pettegolezzo interessato dei supermercati che nascondono telecamere, così come chi cerchi di impossessarsi dei segreti di un'azienda rivale vincente.
Secondo la psicologia del web l'essenza stessa del concetto di privacy sarebbe costituita dal controllo: la privacy coincide dunque con la possibilità di controllare i flussi di informazione che partono da noi. Dunque non è rispettoso nei confronti dell'individuo inserirsi come ascoltatori in una conversazione telefonica privata (molte mamme sono in questo meglio di Tavaroli, e senza l'ausilio dei 50-60 milioni annui dati da Telecom) ma lo è il comunicare qualcosa di sé ad esempio attraverso la scelta di un certo stile di abbigliamento, che permette ad ogni spettatore di andare beyond the information given.
Diritto insomma al teatro, direbbe Goffman; ovvero diritto a scegliere in ogni contesto in cui ci troviamo il tipo di copione da recitare sul palcoscenico della società e quello che riserviamo a pochi intimi nel dietro-le-quinte.
Ma come si può scoprire in questo modo il cattivo di turno? “We'll crucify the insincere” diceva Billy Corgan, ovvero se da un lato soffriamo di stitichezza nel rilasciare informazioni sul nostro conto, dall'altro desideriamo ardentemente scoprire cosa coltiva il nostro dirimpettaio sul balcone, o cosa stanno facendo i concorrenti del Grande Fratello questa domenica mattina. E non appena un individuo si fa debole ed è più facile avere informazioni su di lui, come ad esempio una vittima di un incidente stradale, una folla di curiosi desiderosi di dare all'evento una pregnanza fenomenologica, attori di un sociocostruttivismo d'assalto si attorniano al malcapitato socializzando tra loro in quel foro improvvisato che viene definito Panoptikon. Che strane bestie, gli esseri umani.
Io credo che la privacy sia in realtà un problema di sicurezza in ciò che si fa. Realisticamente molte persone ci hanno visto mentre ci stavamo mettendo le dita nel naso ed eravamo convinti di essere invisibili. Così come in un modo o nell'altro si viene a sapere quanto guadagni, per vie traverse, nelle quali le informazioni si condiscono di dettagli narrativi succulenti. E in fondo non credo ci sia nulla di male; del giudizio della società, di quello forse sarebbe una grande di fonte di benessere liberarsi. Il problema emerge invece quando la legge, in base alle informazioni che ha su di te, ti punisce in base agli stessi criteri del Panoptikon. Quando le aule di tribunale sono gremite di fedeli. Quando c'è la possibilità che ad essere sinceri e privi di maschere anche la legge ti si ritorca contro, perché le tue istanze e il senso che attribuisci tu ai tuoi comportamenti valgono zero.

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