lunedì 26 gennaio 2009

violently human-giornata della memoria


da Repubblica

Secondo la cultura giapponese l'individualità travalica i confini del corpo, e crea un volume sferico attorno alla persona del raggio di circa tre metri. Una misura esatta di ciò che noi Occidentali invece intuiamo in modo più confuso, e che chiamiamo spazio vitale.

Anche se con minor precisione, più o meno tutte le culture hanno elaborato un sistema di rituali che aprono o simboleggiano l'avvicinamento di una persona ad un'altra: può essere il saluto nelle arti marziali, il bacio sulla guancia, la stretta di mano, anche un sorriso, sono tutte dichiarazioni di pace. Questo mi porta a pensare che in fondo anche noi siamo animali perennemente allarmati, e che la vicinanza di un individuo ad un altro non sia una condizione del tutto tranquilla. Interagendo gli uni con gli altri ci arrivano alla pancia serie di segnali che regolano la distanza che vogliamo prendere da chi ci sta di fronte. A volte ci lasciamo andare e siamo distensivamente aperti a ricevere ogni parola, e anche qualche emozione, della persona con cui parliamo; altre volte invece sentiamo scattare un qualcosa che ci fa percepire serrati all'interno di un qualche velo protettivo, che può essere fatto di timidezza, sfida, contrattacco.

Dunque l'aggressività diventa una questione di autodifesa, a volte, di fronte alle invasioni altrui del volume della propria individualità, fisica e psicologica.

Ma il punto è: come mai dall'altra parte di un umano che si difende ce n'è uno che invece attacca. Aggressività come azione, dunque, e non solo come reazione: quando una persona aggredisce, che cosa le salta in testa?

Secondo Freud non c'è niente che salti in testa, si tratta invece di un moto di pancia che segna uno dei modi in cui siamo pulsi a interagire con il mondo e con noi stessi: nelle prime teorizzazioni l'aggressività era parte di un gioco sadomaso frammisto di piacere, connaturato all'edonismo; successivamente, dopo aver visto una vera aggressività con la Grande Guerra, pone l'aggressività come avversario dialettico del piacere. Pulsione di vita e pulsione di morte, ying e yang.

Per Dollard invece l'aggressività fa parte di una spirale senza fine in cui è conseguenza e causa di frustrazione, è dunque ciò che emerge prima e/o dopo la castrazione di un desiderio.

Si tratta di definizioni che vedono il fenomeno come moto individuale, che comporta in qualche modo la rottura della bolla dell'individualità.

Simili concezioni permettono di comprendere ad esempio come non vi sia una differenza sostanziale tra un'aggressività fisica ed una verbale, poiché entrambe possono essere definite come un vettore interattivo originante da un intento bellico.

Penso che la situazione aggressiva sia definita allo stesso modo da entrambi gli attori in gioco, la vittima e il carnefice, e che aldilà della semplicità con cui si possa identificarne la direzione presenti elementi complessi, sottili dinamiche di potere che rendono soggettivamente indistinguibile chi sia la vittima e chi il carnefice. Ci sono manifestazioni formalmente aggressive di cui non ci si rende conto. E' difficile capire in che misura si stia ledendo lo spazio vitale di qualcun altro, poiché a volte si percepisce tutto l'insieme come un gioco, o un qualcosa di giustificato da attenuanti. L'assertività stessa può essere concepita come una forma di aggressività, il carisma, nella misura in cui qualcuno degli attori viene messo in soggezione. Insomma, i confini del problema sono labili.

Parlando di gioco però mi viene in mente una cosa: che ci sono pratiche che contemplano manifestazioni violente come parte integrante di un sistema espressivo. Tutto il bdsm, ad esempio, si regge su equilibri asimmetrici, giochi di potere tra una vittima ed un carnefice. Prendendo spunto proprio da questo ambito, ciò che differenzia la violenza dalle altre forme di aggressività è il rapporto tra le parti in causa: è violenza quando non ci sono scappatoie. E la paura che si prova non è quel brivido da montagne russe che si può provare nell'essere puniti dal proprio master o dalla propria mistress, ma il sentimento disumano dell'essere preda.

Dunque l'aggressività è un modo di interagire creando rapporti di potere, controlli asimmetrici; è un gioco delle parti quando uno dei due personaggi coinvolti può dire no; altrimenti degenera in violenza.

Non è dunque una questione individuale. Ma non si risolve unicamente nella singola azione commessa da un attore nei confronti di un altro. Se consideriamo la volontà di agire nella sua dimensione sovradeterminata, ovvero nella sua probabilità di realizzarsi in funzione anche di orientamenti culturali, si possono rintracciare numerosi modi codificati anche nella cultura italiana che giustificano la violenza. Il maschilismo tipico delle culture mediterranee, secondo cui rispetto ed altre cose così impalpabili non reggono il confronto, con la pragmaticità di uno schiaffo bene assestato.

Per quanto orrendo da ammettere per molti, in una qualche misura tutti aderiamo a quello stesso sistema di pensiero che giustifica la superiorità della virile violenza, la tendenza ad imporsi come fulcro decisionale degli altrui destini. Quella che la cultura maschilista appronta è infatti la forma interattiva dell'aggressività, che si muove “nella norma” all'interno delle polarità uomo – forte e penetrativo e donna – debole e ricettiva. Una volta reso praticabile da una cultura un certo percorso, in una società si hanno sempre normali e devianti, i quali si distinguono per i contenuti con cui riempiono simili démarche; è quasi dunque una necessità il fatto che ci sia una parte di popolazione che esercita l'aggressività in modo violento.

In alcuni casi l'aggressività può anche diventare oggetto di manipolazione politica. Sono infatti simili pulsioni le più semplici da orientare, al fine di compattare un'intera società verso un comune sentire. Con la paura che ci stanno mettendo addosso degli immigrati sono riusciti a far vincere il programma protettivo, una soluzione della teoria dei giochi in cui una civiltà preventivamente ne attacca un'altra per portarsi a casa il bottino della sicurezza, lasciando le briciole ai perdenti.

La démarche dell'intolleranza, un'altra forma dell'aggressività, altro non è che il passaggio dal livello degli individui a quello delle comunità; ve né è dunque una che sente sé stessa iperbolicamente minacciata, percependo come un pericolo l'altra che ha di fronte innanzitutto perché diversa, e poi perché magari davvero aggressiva. Ci fa paura il maschilismo tipico delle culture dell'est, come Romania e Albania, così come quello dei Nordafricani o Arabi. E pur rassomigliando nella forma a quello italiano, sembra in qualche modo peggiore perché ha quel quid in più derivante dal disprezzo e dal timore per lo straniero.

Uno stupro commesso da un extracomunitario è più grave di uno commesso da un italiano.

E non neghiamolo, anche se rifiutiamo di pensarlo è però quanto ci è stato inculcato, e molti, troppi, ci credono.

E' la percezione di essere in un'epoca storica dominata dalla violenza a farci accettare in toto il passaggio a quella che Deleuze definì come epoca del controllo, un po' come sosteneva Michael Moore in Bowling a Columbine. Una paura preventiva dell'estraneo ci prepara dunque alla violenza, facendo sì che quello che è un naturale processo umano, la categorizzazione, si carichi di tratti fortemente caricati in direzione aversiva nei confronti della categoria altra. Di fronte a ciò mi sembrano un sogno lontano, gli anni '90, in cui tra vecchi ingranaggi postsovietici e consumismo consapevole la paura veniva rivolta agli alieni.

Oggi siamo tornati ad avere paura dell'uomo. Ma tutte queste oscillazioni storiche non sono altro che naturali variazioni entro il sistema.

Personalmente riscontro la forma di aggressività più arcaica nel razionalismo stesso. L'approccio occidentale è sempre quello di rompere qualcosa, di toccare, di violare la privacy. Non prevediamo a livello culturale che vi sia una necessità di autocontrollo in questo. Non ne vediamo il motivo.

Una poetessa giapponese diceva, invitando alla contemplazione, “non spezzare, mano, quel ramo di ciliegio”, mentre un occidentale non è in grado di stare a guardare uno spettacolo, deve sempre lasciare una firma, una traccia della propria presenza. Chiamando in causa il dato di realtà si autorizza a mettere in atto violenze al fine di comprendere autopticamente come funziona il mondo, con il fine ultimo di prevederlo e controllarlo. Molte teorie scientifiche hanno mietuto vittime.

Adler sostiene che l'aggressività sia la tendenza dell'uomo a dominare la realtà; io aggiungerei la specificazione “dell'uomo occidentale”.

Molte frange del nostro pensiero sono fondate su logiche esclusive. Il maschilismo, anche nelle sue versioni più delicate e apparentemente simpatiche, così come l'omofobia, il razzismo. Lo stesso pensiero cattolico (“cattolico” paradossalmente significa “universale”) non si limita a tracciare confini tra le persone, ma li sfuma anche con la violenza; una violenza fine, che non si traduce in comportamenti, ma in limitazioni continue dello spazio vitale di chi la pensa in maniera differente e magari anche innocua.

La paura dello sfaldamento della famiglia è l'inno che giustifica una limitazione della mia libertà di esprimermi civicamente.

E anche la Chiesa Cattolica si è macchiata in passato della manipolazione politica della paura. Oggi è la giornata della Memoria, in ricordo della Shoah degli ebrei. Non comprendo che segnale voglia dare il Papa riammettendo senza ritrattazione il reverendo lefevriano Williamson, giuro, non ne capisco la logica politica, sembra solo una grossa autocelebrazione del Ratzinger. O forse pensa che saranno in molti a ridurre la dissonanza cognitiva di questo gesto giustificandolo (anche se in realtà, Deo gratias – è il caso di dirlo - continua a perdere fedeli).

Cerco di dare un senso a questa Memoria, perché si tratta di un anniversario che coinvolge profondamente una fetta di persone che conosco poco, e il cui pensiero non condivido del tutto. Questa della Memoria è una giornata che piomba addosso e al quale non si sa bene come dare pregnanza, a volte ci si sente a posto con la coscienza anche solo ricordandoselo.

Non credo sinceramente che la questione della Memoria possa essere esaurita con un semplice rituale di ricordo; con una di quelle cose che fa tanto alternativo come l'andare a sentire una conferenza di Liliana Segre o visitare una mostra fotografica sull'Olocausto.

Invece mi invito a pensare a tutte quelle volte che ho messo in moto nella mia testa quegli stessi processi di esclusione e denigrazione del diverso, di violenza frustrata contro il debole, che passavano per la testa degli aguzzini tedeschi. E nel fare ciò mi spavento, perché mi rendo conto che il nazismo è stato un miscuglio di cose che, seppur in maniera molto diversa, in fondo facciamo tutti.

Il credere in modo esaltato nelle parole di qualcuno. Il guardarci l'un l'altro con sospetto. Il cercare di sentirsi parte di un elite privilegiata e migliore. Pensare che gli immigrati puzzano.

Probabilmente la Shoah a livello di comunicazione è stato un gesto troppo forte, nessuna politica lo riproporrebbe se non magari tra qualche secolo come strumento.

Ma che senso ha ricordare allora? Perché concedersi questa giornata così apparentemente retrò?

La funzione cognitiva della memoria è quella di avvisare un organismo della novità. Paradossalmente, la memoria non guarda indietro, ma sempre avanti.

Allora la giornata della Memoria ha forse il senso di costituire uno strumento per il presente, per poter guardare indietro e ricercare la novità, di non ripetere la Storia, perché sbagliata, perché orribile, o anche semplicemente perché già fatta.

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