domenica 12 aprile 2009

Chi di scienza ferisce


da Il Corriere, risposta alla lettera inviata da Lorenzo Masili.

"Caro direttore, in risposta alla lettera del signor Lorenzo Masili sul Corriere di ieri, precisiamo che l'esclusione dalla donazione di sangue di soggetti maschi i quali abbiano rapporti omosessuali — indipendentemente dal numero di partner — deriva dalle indicazioni della Commissione Europea (Direttiva 2004/33/EC) e della Legge italiana (Decreto ministeriale 13.4.2005, allegato 4) che appunto impediscono la donazione da parte di soggetti con comportamenti a rischio. L'orientamento sessuale non è a priori un motivo di esclusione, infatti le donne omosessuali possono donare il sangue. Ma i dati epidemiologici, ad oggi, mostrano che il rapporto omosessuale maschile è un comportamento a rischio ( Journal of the American Medical Association, 28/11/07, «The reemerging hiv/aids epidemic in men who have sex with men»). Perciò la nostra struttura esclude dalla donazione i maschi omosessuali che dichiarano di essere sessualmente attivi. Al Policlinico, comunque, i gay respinti come donatori sono meno di tanti altri esclusi per motivi diversi: per esempio chi nell'ultimo anno ha avuto più di tre partner, o rapporti con una prostituta, o semplicemente un rapporto occasionale, senza contare chi ha visitato Paesi ad alto rischio malaria. Tutte persone che, singolarmente, possono ben rivendicare di essere sanissime ma che, per ragionevole precauzione finalizzata alla riduzione del rischio per il ricevente, vengono escluse dalla possibilità di donare il sangue. Da ultimo vale la pena ricordare che c'è discriminazione in presenza di un diritto, e donare il sangue non è un diritto ma un'opportunità. Perseguibile in base a un'idoneità definita da criteri fondati su un'evidenza scientifica.

Centro Trasfusionale e di Immunologia dei Trapianti "


Occuparsi di scienza non è cosa da tutti, certo, si sa. Nonostante sfogliando Focus seduti in metropolitana ci possa sembrare che in fondo la fisica quantistica non è poi così difficile, o che prima o poi potremmo toglierci quello sfizio di diventare medici senza frontiere seguendo magari un corso di formazione a pagamento di 6 mesi, ad un certo punto alziamo immancabilmente gli occhi, ci guardiamo attorno e vediamo molta gente normale, bellocci e meno bellocci, e ci sovviene la capigliatura di Rita Levi Montalcini, o il sorriso di Margherita Hack, o qualche animale strano e raccapricciante visto a Geo & Geo quel giorno che siamo stati a casa in malattia. La voglia di essere scienziati passa immediatamente.

Certo che gli scienziati sono gente strana. Un po' alchimisti, un po' filosofi, quasi tutti pazzi (tanto che, per associazione, ogni memoria individuale associa alla parola "scienziato" la parola "pazzo"). Parlano un linguaggio incomprensibile, si arrabbiano e litigano per dei numeri che non sono un estratto conto ma
dati, fanno i difficili su questioni minimali, come l'importanza del connettivo e piuttosto che o piuttosto che e/o. Nonostante tutto ciò, aldilà della nostra diffidenza e del nostro sguardo stranito, ci sembra che gli scienziati abbiano una marcia in più, che si distinguano dalla gente comune perché sanno dire cose vere.

Non tutti possono essere scienziati, è necessario avere una certa predisposizione caratteriale e alcune doti; ancora meno riescono ad essere bravi scienziati, che devono rispondere almeno a tre requisiti:

- aver studiato molto, studiare molto ed essere disposto a studiare ancora molto;
- essere emigrati dall'Italia, per non rimanere soltanto bravi scienziati potenziali;
- conoscere e padroneggiare il metodo.

E' questo lo scettro della scienza: la
conoscenza del metodo, ovvero di quelle regole logico-matematiche che permettono di distinguere il vero dal falso. Questa necessità nasce dal fatto che gli scienziati di solito non parlano per fatti specifici, ma per leggi generali che descrivono un insieme numeroso di fenomeni. Un po' come fanno i proverbi (Rosso di sera, bel tempo si spera, o Cielo a pecorelle, pioggia a catinelle, due esempi di metereologia ingenua), con la sola differenza che una legge per essere approvata e ritenuta valida deve aver passato il severo vaglio del metodo.

Una buona legge è la base di un buon esame di realtà, di diagnosi, che è il modo in cui una legge generale viene applicata al caso specifico; una diagnosi efficace si basa su leggi valide e sulla capacità del diagnosta di correggere il proprio ragionamento in funzione dei principi del metodo scientifico.

Ecco dunque alcuni dei segreti che, grazie alla riflessione sul metodo, gli scienziati di qualità sono arrivati a conoscere e che noi (e i cattivi scienziati) invece tendiamo a dimenticare:

- che
un'ipotesi è diversa da una tesi; la prima infatti è una formulazione di carattere intuitivo, un "secondo me potrebbe essere così: ...", mentre la seconda è stata dimostrata;
- che
non c'è nessuna tesi o affermazione certamente vera; ogni volta che uno scienziato dice qualcosa, parla per probabilità, perché è impossibile prevedere con certezza se mai avverrà qualcosa che confuta ciò che pensiamo; uno scienziato dunque probabilmente dirà, con molta poca poesia, "Se nell'ora del tramonto l'atmosfera è libera da nubi al di sotto di una soglia del tot% allora il giorno successivo il tempo metereologico sarà sereno nel tot% dei casi";
- che
non c'è nessuna misurazione realmente precisa; la misurazione è sempre un procedimento indiretto, una deduzione da una teoria: applicando la teoria termodinamica arriviamo a costruire il termometro, applicando la fisica classica la bilancia, applicando teorie statistiche costruiamo i test.

Come base per la selezione dei propri donatori di sangue il Policlinico di Milano adotta una teoria scientifica che potrebbe essere così tradotta:

"Se una persona è omosessuale e maschio, allora non può essere un bravo donatore".

Partiamo dal fatto che questa è un'
ipotesi e non una tesi. Non vi è infatti dimostrazione sufficiente, il Policlinico stesso dichiara di assumere questa posizione in virtù dei risultati di una ricerca condotta a Londra, ma non è buona prassi scientifica fare propri i risultati di una sola ricerca in modo acritico. Di solito per poter passare da un'ipotesi ad una tesi c'è bisogno di più ricerche che convergano verso risultati simili.

In secondo luogo consideriamo il fatto che questa ipotesi ha numerosi nemici; oltre a tutte le altre realtà ospedaliere italiane, che accettano sangue omosessuale basandosi su
dati epidemiologici e non su congetture, ci sono infatti ben due atti ufficiali presi in considerazione, di cui qui di seguito c'è una breve esposizione presa da un documento del Pd in risposta ai fatti del Policlinico:

"lunedi' 30 marzo 2009 nella Cronaca di Milano del Corriere della Sera il Centro Trasfusionale e immunologia dei Trapianti del Policlinico di Milano, in una lettera di precisazione su quanto avvenuto veniva tra l'altro dichiarato che: «... l'esclusione dalla donazione di sangue di soggetti maschi i quali abbiano rapporti omosessuali - indipendentemente dal numero di partner - derivano dalle indicazioni della Commissione Europea (Direttiva 2004/33/EC) e della Legge italiana (Decreto ministeriale 13 aprile 2005, allegato 4) che appunto impediscono la donazione da parte di soggetti con comportamenti a rischio...»; la direttiva 2004/33/EC richiamata (http://eurlex.eur mo de=dbl〈=en&ihmlang=en& alla definizione delle persone a rischio, dice, all'annesso III, che «le persone che hanno un comportamento sessuale che le mette ad alto rischio di acquisire malattie virali severe che possano essere trasmesse per via sanguigna sono da respingere...». Il testo in inglese testualmente dice: Persons whose sexual behaviour puts them at high risk of acquiring severe infectious diseases that can be transmitted by blood (vedi tabella al link del testo della direttiva: http://eurlex.euro 39:EN:PDF; relativamente alla legge italiana richiamata (decreto ministeriale 13 aprile 2005 allegato 4) viene precisato che tra i motivi di esclusione dalla donazione, relativamente al comportamento sessuale, si intendono le «Persone il cui comportamento sessuale le espone ad alto rischio di contrarre gravi malattie infettive trasmissibili con il sangue»; ci si chiede per quale motivo il centro trasfusionale e immunologia dei trapianti del Policlinico di Milano abbia citato a difesa del suo operato la direttiva europea 2004/33/EC e la legge italiana (decreto ministeriale 13 aprile 2005, allegato 4) che non precisano in alcun caso l'esclusione della donazione del sangue delle persone che non hanno comportamenti sessuali a rischio ne', tantomeno, le persone omosessuali"

Infine si può smontare l'intera ipotesi già in partenza, con un semplice ragionamento basato sul metodo. L'affermazione "Se una persona è omosessuale e maschio, allora non può essere un bravo donatore" è composta di due diverse parti, che vanno riscritte in modo tale da poter essere misurate. La caratteristica del "non essere un buon donatore" ad esempio è misurata dal rischio di aver contratto l'HIV da poco, ossia prima che il test dell'HIV possa accorgersene. Poiché dunque il normale test HIV risulta inefficace nel misurare la caratteristica dell'essere buoni donatori, si usano come criteri di misurazione teorie statistiche; poiché secondo alcune ricerche sono considerabili soggetti a rischio quelli che abbiano avuto rapporti occasionali con 3 o più partner in un anno e/o con prostitute, le domande che servono a misurare quanto sei un bravo donatore sono tipicamente: "Ha avuto rapporti occasionali con più di 3 persone nell'ultimo anno?" e "Ha avuto rapporti con prostitute?".

L'idea che essere
omosessuali e maschi significhi essere soggetti a rischio viene quindi derivata da un antico pregiudizio sulla maggiore promiscuità dei maschi omosessuali. Io credo che ciò possa valere solo se si considera la parte gratuita della vita sessuale, allora sì, gli omosessuali maschi probabilmente ne fanno di più. Ma non ho mai sentito di omosessuali disposti a pagare delle donne pur di fare sesso non protetto, mentre invece di eterosessuali maschi che lo fanno ce ne sono molti, tanto che gran parte del giro della prostituzione africana campa proprio su questo tipo di clientela. Ad ogni modo rimane il fatto che Lorenzo Masili, il protagonista della vicenda da cui origina questo post, ha una relazione stabile e monogamica con il suo partner da 8 anni, quindi in questa situazione l'equivalenza tra omosessualità e promiscuità cade in modo lampante (cattiva legge, cattiva diagnosi della situazione).

Ora consideriamo invece la possibilità di misurare l'altra parte dell'affermazione, ovvero "Se una persona è omosessuale e maschio", in particolare sulla parte in cui una persona si dichiarerebbe omosessuale. Non credo sia difficile comprendere come in questo caso la misurazione dell'omosessualità venga affidata a criteri completamente arbitrari, poiché è richiesto un
coming out, lì, in diretta. Se il veto posto a Lorenzo Masili (e a tanti altri prima di lui) è stato così categorico e convinto, come si può affidare una "diagnosi" di omosessualità ad un metodo così poco attendibile come il coming out? Prima di arrivare a dichiarare ad un medico, tra l'altro sconosciuto, la propria omosessualità è necessario un certo avanzamento nel percorso di autoaccettazione e, paradossalmente, quando si integra la propria omosessualità tanto da poterne parlare con un professionista sconosciuto credo diventi anche più probabile (molto poco, ma comunque di più) sensibilizzarsi a tematiche come il sesso sicuro, la stabilità di un rapporto. Paradossalmente dunque il sistema di misurazione usato dal Policlinico esclude quella parte di persone omosessuali meno a rischio.

Ricapitolando, il ragionamento completo su cui si basa l'ipotesi del policlinico è:
1: tutti quelli che hanno rapporti occasionali non protetti sono a rischio
2:
tutti gli omosessuali maschi hanno rapporti occasionali non protetti
3: tutti gli omosessuali sono a rischio

riscrivendola alla luce delle considerazioni fatte però diventa:
1: tutti quelli che hanno rapporti occasionali non protetti sono a rischio (e qui non ci piove)
2: alcuni tra i maschi che si dichiarano omosessuali (quanti?) hanno rapporti occasionali non protetti (quanti? e quanti di questi andrebbero a donare il sangue? e quanti eterosessuali hanno rapporti sessuali non protetti?)
3: alcuni tra i maschi che si dichiarano omosessuali sono a rischio

Vediamo allora quanti. Mi rifaccio a dati sintetizzati in un documento del 2007; all'epoca eravamo circa 58 milioni di persone. Quanti sono i sieropositivi? Lo 0,3%, circa
180 mila persone stando alle stime più pessimistiche. Quante di queste persone hanno contratto il virus tramite rapporti sessuali? Molti di più rispetto a dieci anni fa, quando il motivo di contagio era soprattutto la tossicodipendenza, in particolare 118 800, il 66% dei sieropositivi. Ma quanti di questi sono lo sono diventati per rapporti omosessuali? il 22%, ovvero 39 600 persone circa contro il 43% (77 400 individui) per rapporti eterosessuali. In linea molto generale dunque, quando si presenta davanti ad un medico un donatore c'è lo 0,13% di probabilità che questi sia sieropositivo perché ha avuto un rapporto eterosessuale, e lo 0,07% invece che lo sia per un rapporto omosessuale. Se poi consideriamo che è più probabile che un maschio etero abbia un rapporto omosessuale non protetto piuttosto che il contrario, e che molti eterosessuali comunque non lo confesserebbero mai, e che gli omosessuali sono in media più informati quanto a sesso sicuro e aggiornano con più frequenza i propri test HIV, mi viene da domandarmi: che scienziati sono quelli del Centro Trasfusionale del Policlinico di Milano?






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