domenica 29 agosto 2010

Fascinating Fascism

È arrivato GHEDDAFI in Italia. Accompagnato dalle sue due amazzoni, atterrato alle 13.15, FRATTINI lo aspettava per (e da) mezzogiorno, ma GHEDDAFI non è nuovo a questo genere di comportamenti: già l'anno scorso FINI lo attese per due ore, durante le quali non ebbe alcuna notizia del raiss, finché non decise di annullare l'incontro, seccato. È venuto a Roma per i festeggiamenti che si terranno domani con BERLUSCONI in onore del Trattato di Amicizia italo-libico di Bengasi, un documento che sancì nel 2008 il superamento delle relazioni fredde post-coloniali a favore di un rinnovato clima di collaborazione, in particolare su tre punti:




- partership militare, basata sull'impegno congiunto al disarmo del Mediterraneo, attraverso scambi di consulenze;
- impegno bilaterale alla lotta contro l'immigrazione clandestina, per la quale ci furono alcune polemiche con MARONI secondo il quale la Libia non avrebbe mantenuto inizialmente il proprio impegno;
- concessioni immobiliari, ovvero la possibilità dell'Italia di risarcire la Libia con 5 miliardi di dollari di investimenti, dilazionati in 250 milioni all'anno per 20 anni, in infrastrutture e immobili.
Quest'anno non sembra esserci stata la forte contrarietà dell'anno scorso, quando GHEDDAFI fu accolto da proteste di intellettuali e degli studenti dell'Onda, che ne denunciavano la violazione di diritti umani e manifestavano contro l'assegnazione di una laurea honoris causa in giurisprudenza. È prevista anzi un'accoglienza in grande "stile", per due giorni che si articoleranno, salvo imprevisti, più o meno così:

- accoglienza presso l'Accademia Libica da parte di 200 hostess;
- 24 ore di incontri privati;
- pernottamento nella tenda beduina, quest'anno presso la residenza dell'ambasciatore libico;
- domani alle 17 visita a una mostra fotografica sulla Libia;
- cena con diversi esponenti politici e non, come l'a.d. dell'Eni SCARONI;
- messinscena presso la Caserma dei Carabinieri di un carosello di 30 cavalli berberi, 130 Carabinieri e una fanfara. 

"Nel regno del kitsch impera la dittatura del cuore. I sentimenti suscitati dal kitsch devono essere, ovviamente, tali da poter essere condivisi da una grande quantità di persone. Per questo il kitsch non può dipendere da una situazione insolita, ma è collegato alle immagini fondamentali che le persone hanno inculcate nelle memoria: la figlia ingrata, il padre abbandonato, i bambini che corrono sul prato, la patria tradita, il ricordo del primo amore. Il kitsch fa spuntare, una dietro l'altra, due lacrime di commozione. La prima lacrima dice: «Come sono belli i bambini che corrono sul prato!» La seconda lacrima dice: «Com'è bello essere commossi insieme a tutta l'umanità alla vista dei bambini che corrono sul prato». [...] Il vero antagonista del kitsch totalitario è l'uomo che pone delle domande. Una domanda è come un coltello che squarcia la tela di un fondale dipinto per permetterci di dare un'occhiata a ciò che si nasconde dietro."
(M. Kundera, L'insostenibile leggerezza dell'essere - 1984)

Continua la discesa in campo del mondo Cattolico, schierato sui fronti dell'antiberlusconismo, di Famiglia Cristiana, dell'associazionismo civile di Comunione e Liberazione e con oggi anche della difesa dei diritti dei lavoratori: secondo il presidente della Conferenza Episcopale BAGNASCO il lavoro è fondamentale alla costruzione della famiglia, e in quanto tale va difeso. È necessario dunque ricucire lo strappo tra i tre operai di Melfi e la FIAT, seguendo le parole di NAPOLITANO.

Sul processo breve, uno dei 5 punti-picchetto espressi da BERLUSCONI per smascherare i Finiani, è scontro tra il Ministro della Giustizia ALFANO, CASINI ("al Paese non serve un'amnistia"), l'A.N.M. (che sottolinea il fatto che non è un'esigenza imminente) e DI PIETRO (per il quale una riforma della giustizia deve avere l'obiettivo di snellire i processi, non di eliminarli).

Da Il Sole 24 Ore:
«Il provvedimento sul cosiddetto "processo breve" (approvato dal Senato e ora fermo alla Camera) fissa dei paletti più stringenti sulla durata dei procedimenti: un processo deve considerarsi estinto se il giudizio di primo grado non sia concluso entro tre anni (dall'esercizio dell'azione penale da parte del Pm); entro due per l'appello ed entro un anno e sei mesi per il giudizio in Cassazione. Termini che riguardano solo i processi relativi a reati con pene inferiori nel massimo a 10 anni. Per i processi in corso (su reati commessi prima del maggio 2006) la "tagliola" scatta però dopo due anni
I termini si allungano in presenza di reati più gravi: quattro anni per il primo grado; due per l'Appello; un anno e sei mesi per il giudizio di merito. Fino ad arrivare ai reati di mafia e terrorismo per i quali il primo grado dovrà durare cinque anni: tre per l'appello e due per la Cassazione».

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