a) subordinare l'occupazione di un lavoratore alla condizione che aderisca o non aderisca ad una associazione sindacale ovvero cessi di farne parte;
b) licenziare un lavoratore, discriminarlo nella assegnazione di qualifiche o mansioni, nei trasferimenti, nei provvedimenti disciplinari, o recargli altrimenti pregiudizio a causa della sua affiliazione o attività sindacale ovvero della sua partecipazione ad uno sciopero."
Questo sarebbe sufficiente dunque a bloccare la strategia divide et impera adottata da MARCHIONNE nei confronti dei tre operai di Melfi che, pur integrati nell'azienda (percepiscono infatti regolare stipendio, almeno in attesa della sentenza del Tribunale del Lavoro del 2 ottobre), non possono tornare alle loro mansioni; una differenza di trattamento, legata al presunto blocco del lavoro di catena di montaggio in uno sciopero di due ore risalente all'8 luglio scorso; ovvero una discriminazione basata sull'esercizio del diritto di sciopero e delle modalità in cui questo normalmente si esprime. Ma il perché di tanto accanimento forse va ricercato nella modifica delle relazioni tra Fiat e sindacato, che fungeranno con molta probabilità da ispirazione per tutto il mondo di Confindustria: con i tre operai infatti è stata confinata l'intera Fiom, tacciabile a questo punto di estremismo, di radicalismo, di ancoraggio a vecchi schemi di conflitto. Mentre bisogna puntare al cambiamento, dice MARCHIONNE dal palco di Rimini, che vede in prospettiva lo stralcio tramite deroghe dei Contratti Nazionali del Lavoro, forse l'intervento politico su alcune leggi quali la 626, e la presenza ai tavoli di negoziazione di Cisl, Uil e Ugl (la quale però sembra non disponibile a cedere a manovre ricattatorie). Insomma, c'è chi per i l nuovo patto sociale guarda solo ai moderati, disponibili a scalfire i pilastri delle relazioni sindacali attuali, mentre NAPOLITANO, con toni modesti, invita al dialogo a 360° con tutte le parti sociali, Fiom inclusa. C'è chi (TREMONTI) dice che non può dare nulla per scontato, neppure la democrazia. E c'è chi crede, ora, che i responsabili dei conti in rosso della Fiat siano i lavoratori.
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