Sembra che sia NETANYAHU che MAZEN siano intenzionati ad impegnarsi per una pace duratura, anche se le contraddizioni diventano evidenti non appena si nomina il nucleo caldo della questione: gli insediamenti palestinesi nei territori occupati dagli israeliani. Un terreno fertile per Hamas che ha attecchito sullo degrado e sullo sfinimento della popolazione, e che ne ha fatto strumento di rivendicazione politica approfittando anche della relativa calma dovuta alla moratoria della colonizzazione, che scadrà il prossimo 26 settembre. Data la complessità della situazione saranno necessari secondo OBAMA un comune impegno contro il terrorismo, e colloqui diretti tra le parti in causa. Nel frattempo un esponente delle Brigate al-Qassam, il braccio armato di Hamas, fa sapere che ci saranno altri spargimenti di sangue, dopo l’attentato recente che ha visto come vittime quattro israeliani, e gli fa da controcanto in Iran l’ayatollah KHAMENEI, che commenta che anche questo tentativo di pace, come i precedenti, sarà un fallimento.
Svolgimento: la legge della Chiesa, la legge di Dio, la legge della natura e la legge dell’uomo naïf e quella dell’uomo astuto.
Una mira un po’ elementare quella del musical I Promessi Sposi, di Michele GUARDÌ (imprenditore-autore televisivo) con musiche di Pippo FLORA (agronomo) trasmesso ieri su Rai 1, che propongono una lettura pop dell’opera manzoniana. Disarmante la linearità (e dunque la prevedibilità) di molte scelte: l’alternanza di lenti, di passi a due, di momenti corali rispetta pienamente i canoni disneyani, così come la scelta degli elementi caratterizzanti i personaggi, ovvero il gregoriano per Fra’ Cristoforo, l’avvenenza fisica e i guanti leather per la Monaca di Monza, i capelli biondi per Lucia Mondella, l’impostazione vocale lirica del Cardinale Borromeo e via discorrendo. Assolutamente sorprendente invece la perdita di qualità improvvisa che si avvertiva nei passaggi che collocano questo musical rispetto all’opera manzoniana: non è facile, certo, confrontarsi con un macigno letterario, ed è comunque lecito assumere una posizione anche critica rispetto a un testo di riferimento. Però, appunto: “critica”. Qui invece i capisaldi delle scelte letterarie, sovrastrutturali di Manzoni vengono stravolte con grande ingenuità; nemmeno un ammiccamento ad un pubblico più colto, appassionato. A partire dal proemio, che stravolge la mastodontica zoomata del narratore sul luogo di ambientazione per sostituirla con una canzonetta sull’amore: come a dire che qui la Provvidenza sarà solo un personaggio, invisibile, e secondario rispetto al vero protagonista che è invece il sentimento. Il pop che parla del pop, insomma, un manierismo che mette a tema i propri canoni sentendosi più grande di ciò che è in realtà. Un modo televisivo di sentirsi acculturati, che non teme di intervenire su «Addio monti», e nemmeno di inserire un pezzo in dialetto lombardo in un’opera che è celebre per la purezza linguistica (il lavaggio dei panni in Arno). Un po’ di povertà inoltre nelle scenografie, alte, grandi ma poco prospettiche ed estremamente statiche in un romanzo che dall’inizio alla fine non fa altro che dipingere scenari su scenari. Un’impostazione monolitica che si riflette anche nei personaggi, che non interagiscono, non arrivano mai a formare una diade o un coro, bensì sono isole che aspirano al successo, con grande impegno, ma che reggono in mano i fili di una trama grande con voce tremolante. Tra l’esaltazione dell’amore romantico, ovvero di quello che non esisteva nel 1628, un Renzo che richiama a Quasimodo negli accenti, abbracci tra la commedia napoletana e Via col Vento e monologhi tipo «Dov’è l’amore, il sole il cielo i fiori, vita dove sei?» si può cadere nella trappola del desiderio di una rigida filologia. Ma anche quest’ultima è una maniera, e non è necessariamente giusta. La pittura rinascimentale collocava scene sacre nella contemporaneità, visibile negli abiti, nelle scenografie e nei personaggi. L’architettura barocca ha rifoderato gran parte delle chiese preesistenti, rimettendone a nuovo facciata e interni. Perché dunque modernizzare I Promessi Sposi significa necessariamente ridurne la complessità? Esiste solo l’estetica del take it easy?

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