Sesto San Giovanni gareggia con Tomioka e Nord-Pas di Calais all'assegnazione di titolo di Patrimonio dell'Umanità dell'Unesco, nella sezione Archeologia Industriale, con il sostegno di Provincia e ora anche di Regione. Sesto San Giovanni infatti, detta la Stalingrado d'Italia, o la piccola Manchester, è stata protagonista dell'industrializzazione italiana, seguendo le stesse tappe di quella inglese: dal settore tessile (celebri le telerie PURICELLI-GUERRA e BRIOSCHI) a quello siderurgico-metallurgico, fino all'esplosione durante gli anni del boom economico, dal'57 al '64; poi inizia il declino, le fabbriche chiudono, gli operai in rivolta, gli anni di piombo (anche questi vedono Sesto protagonista, come culla del brigatismo assieme al quartiere Lorenteggio di Milano), fino al '92, anno in cui chiude l'ultimo stabilimento (Falck Unione) e l'uso dell'amianto per la coibentazione è stato dichiarato illegale. Un progetto che, come si dice sempre nella retorica di queste occasioni, "guarda al passato per puntare al futuro", o giù di lì.
Le ex-Breda oggi ospitano l'Arci Carroponte e il distaccamento del Teatro Filodrammatici, l'ex-Bliss (capannone della Falck) verrà riconvertito in Biblioteca Centrale, il T3 (altiforno a colata continua) verrà lasciato in piedi, in memoriam di quell'epoca in cui alle 20.00 esatte il cielo di Sesto si illuminava a giorno per la tempratura del metallo, la Campari ospita già un museo dedicato alla pubblicità con una sezione dedicata a DEPERO, l'ex-altiforno Vulcano invece è ristrutturato nell'omonimo Centro Commerciale, a firma CALTAGIRONE (una cattedrale nel deserto: dotata di un piccolo grattacielo adibito a uffici, rimasto sin dalla costruzione completamente vuoto). Intanto però queste zone su cui gravano grandi promesse sono terra Rom e meta di ronde clandestine. Sul Villaggio Falck invece, quartiere popolare abbandonato a se stesso da vent'anni, ricettacolo di delinquenza, razzismo e in generale di quella noia impotente che rende la vita insopportabile, non sono state spese molte parole: probabilmente perché anch'esso, come tutti i quartieri popolari, saranno colpiti dalla graduale gentrificazione, ovvero lo svuotamento di tali quartieri ormai destinati a morte certa per riqualificarli in aree per i ceti medi ben-paganti. Insomma, Sesto riporta alla luce le proprie radici storiche per rinnovare la capacità di vision, apprendendo dai fasti del passato; in tutti i sensi. Infatti il boom economico del periodo a cavallo tra Elvis e i Beatles si è accompagnato a un altro scoppio, quello dell'edilizia: perché la crescita demografica del Nord, legato all'immigrazione nazionale da Calabria, Puglia, Sicilia e Veneto, si è accompagnata a un'espansione del cemento sul territorio: che già dopo i primi anni si è rivelata sproporzionata rispetto alle reali esigenze abitative, ma non a quelle di speculazione. La logica, in estrema sintesi, era: si costruisce adesso, in grande esubero, si mettono a bilancio le entrate previste dalla vendita degli immobili, il mercato inaspettatamente rimane immobile (perché già saturata la domanda) e si sancisce lo stato di crisi. E questa è un'altra grande lezione che Sesto San Giovanni ha appreso, non tanto negli esiti ma nei modi: si continua a costruire, a cementificare, ignorando le emergenze abitative reali e creando mercato solo per chi problemi di casa non ne ha e difficilmente ne avrà mai, ovvero i nomi che rimpolpano le liste di iscritti dell'Unione Piccoli Proprietari Immobiliari. Un'iniezione di denaro che può anche acciecare, un po' come è successo al vice di OLDRINI Demetrio MORABITO, Assessore all'Urbanistica promotore della riqualificazione delle ex-aree Falck (le stesse oggi candidate) tanto da correggere qua e là l'elasticità del Piano Regolatore (all'epoca non si adottava ancora il Piano di Governo del Territorio) per renderlo più accogliente agli immobiliaristi della city: un progetto che includeva, come è prassi ormai, bonifiche, tanto cemento, la firma di un architetto glorioso quale Renzo PIANO e la manualità di immobiliaristi celebri quale ZUNINO, che operava a Sesto tramite la cugina provinciale della Risanamento s.p.a., ovvero la Cascina Rubina s.p.a. Intanto ora ZUNINO è sotto inchiesta, assieme a GROSSI, che alla fine non ha bonificato il terreno dall'amianto; quel materiale per cui sono previste 30.000 morti entro i prossimi vent'anni.
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